Mentre mi risulta facile pensare, o dire,  quando ho cominciato a fare l’ingegnere progettista e poi l’imprenditore,  diventa  difficile dire quando ho cominciato a scrivere. Potrei rispondere:  “da sempre”,  oppure  magari mettendomi dalla parte degli editori,  “non ancora”.

 

Prologo :  “L’uomo mascerà”

 Pensando  a questo mi torna, però, subito alla mente quando,  per la prima volta,  sono stato autore,  disegnatore, regista e stampatore di un libro a fumetti in tre pagine.  Avevo dieci anni,  la guerra era appena finita e, tra le mille cose che ricominciavano, le edicole pullulavano di nuove pubblicazioni.  Il mio interesse era stato ben presto attirato da un album a fumetti settimanale dal  titolo : “ L’uomo mascherato”. Costava moltissimo qualcosa come 20 lire:  una cifra astronomica!  Io al massimo arrivavo, alcune volte,  a possedere 10 lire per cui non sono mai riuscito a comprarne nemmeno un numero.  Però  li riuscivo a sbirciare tra le mani di qualche ragazzino più grande di me ed evidentemente più facoltoso.  Il personaggio era fantastico: faceva il giornalista a New York,  indossava un impermeabile di taglio militare con spalline e cintura e calzava un cappello floscio.  In realtà  poi dava la caccia ai criminali uscendone sempre vincitore.  Quando entrava in azione,  abbandonava l’impermeabile e sfoggiava una tuta aderente, rossa con stivaletti neri,  cioè  quella che,  dopo di lui avrebbero copiato  tutti gli altri.  Elemento risolutore nella lotta al crimine,  era il suo pugno micidiale e  dato che, all’anulare  della mano destra,  l’uomo mascherato portava un anello con impresso un teschio, il  criminale sconfitto si ritrovava, al momento  della cattura da parte dei poliziotti  anche con la mascella bollata  da un piccolo teschio.  Altro  suo punto di forza era la grande amicizia che vantava con una tribù di pigmei che spesso gli era di grande aiuto quando la caccia ai banditi si spostava in Africa. Ma la cosa più attraente era il fatto di avere anche un’affascinane fidanzata di nome Diana Palmer,  lei  pure giornalista. Tutte le sue avventure terminavano con un ultimo  riquadro in cui l’uomo mascherato riceveva in premio un bacio da Diana Palmer.

Unico incipit sopravvisuto di romanzo a fumetti

 In quei giorni da pionieri in cui anche mio padre cercava faticosamente di ricostruire la sua attività di industriale,  dopo i danni della guerra,  l’ufficio della Rizzi  era stato riaperto,  a  Milano  nel suo studio,  che era una stanza dell’appartamento in cui vivevamo.  In quello studio,  dove io non avrei mai dovuto  mettere piede,  avevo adocchiato quattro meravigliose boccette di inchiostro di china colorato. Un nero, un rosso , un giallo ed un blu. Vi erano anche dei bellissimi fogli di carta bianca lucida ed  abbastanza pesante.  Di riuscire a comprare un numero dell’Uomo mascherato,  non vi era neanche da pensarlo, quindi conclusi che, se volevo leggerlo,  avrei dovuto provvedere io stesso a produrlo. Feci un prestito,  senza permesso, delle boccette d’inchiostro di china ed un furto di tre fogli di quella bella carta patinata.

 La monaca di Monza

Le storie potevo inventarle,  di disegnare ero in grado, come congegnare i fumetti l’avevo capito:  sarei stato autore, disegnatore  e stampatore  di un mio Uomo mascherato che poi avrei potuto rileggere e gustare a lungo.     Mi misi all’opera:  la  storia aveva in prologo nella prima pagina,  un corpo nella seconda ed un finale nella terza.  Data la mio giovane età e l’educazione severa di  quei tempi,  all’inserimento di una mia Diana Palmer ed al bacio finale avevo rinunciato.  Vi lavorai con fatica per diversi pomeriggi dopo la scuola.  Era un lavoraccio infame perché la creazione delle strisce tutte uguali in altezza era difficile e faticoso.  Era complicata   anche la scelta della larghezza delle singole immagini,  che erano legate alla regia del racconto che dovevo sviluppare mentre tiravo le linee,  con la china nera,  con il terrore di “sbavare” l’inchiostro sotto alla squadra.  Per ultima, dopo tanta immane fatica,  avevo lasciato la striscia in alto sulla prima pagina dove avrei messo il titolo,  la cosa più importante,  che naturalmente  era “ l’uomo mascherato”.  In lettere cubitali in stampatello minuscolo , che fino da allora erano  quelle che mi piacciono di più.

 

Sono sempre stato un tipo piuttosto presuntuoso, adesso per fortuna un po’ meno,  quindi il pensiero di contare le lettere e misurare lo spazio a disposizione non mi sfiorò neppure:  l’avrei fatto ad occhio.  La voglia disperata di finire e di riempire di rosso quelle belle lettere in grassetto stampatello minuscolo,  mi tradì. Le prime lettere erano bellissime,  ma poi mano a mano che procedevo vedevo il disastro venirmi inesorabilmente incontro,  come un ostacolo frenando un’automobile su di una strada ghiacciata. Provavo disperatamente a smagrire le lettere senza alterare troppo l’insieme, ma non vi riuscii: dopo  la dicitura “l’uomo”  la parola maschera era entrata nello spazio disponibile,  ma il “to” finale proprio non c’era entrato! Rimasi a lungo a guardare il disastro senza sapere che fare.  Non vi era alcun rimedio,  la bella carta lucida segnata dai tratti di china neri era una pistola  ad un colpo solo. Non ammetteva nessuna cancellatura, non era possibile nessuna correzione.  Mentre ero intento a guardare, senza il coraggio di accettarlo,  il danno fatto alla prima pagina,  alle mie spalle,  alla mia scrivania,  comparve mio padre.  Così improvvisamente scoperto,  mi sentivo soprattutto  in colpa per via dell’uso dell’inchiostro di china e dei fogli bianchi sottratti. Mio padre guardò il foglio che avevo davanti,  poi mi chiese con gentilezza: <<Cosa volevi fare?>>  La domanda mi sorprese. Il mio uomo mascherato era li ad indicare chiaramente il mio intento, non sapevo come rispondere: quel  “to” mancante diceva tutto da solo. Mio padre disse ancora: <<Cosa vuol dire l’uomo màscera?>> La seconda domanda mi colpì come un fulmine.  Guardai ancora,  a mia volta,  il foglio maledetto.  La  mia presunzione, lo sforzo di frenare sul ghiaccio, mi aveva tradito in modo ben più grave: avevo dimenticato addirittura un’acca. Certamente mio padre vide le lacrime represse. Prese la penna l’intinse  nella china nera e sull’ultima  “a” mise un accento acuto. <<Ecco >> disse  << forse come nome  “mascerà “ suona meglio, tu cosa ne dici? Comunque è un bel fumetto.>> Poi mi lasciò solo.  Dopo di allora l’editore non l’ho mai più fatto. Non ho mai neppure avuto una fidanzata giornalista  come Diana Palmer!

Al mio tavolo di lavoro

 

Un secondo prologo.

 “Se avrà occasione di scrivere lo faccia, perché ne ha la stoffa.”

Ho passato tre anni di scuola media e cinque anni di liceo (scientifico)  a soffrire studiando lo stupido  latino che  veniva insegnato a quei tempi ed a divertirmi come un matto quando vi erano i temi di italiano da fare in classe. Il latino perverso che i ragazzi erano obbligati a studiare a quei tempi  altro non era che la traduzione dall’italiano in latino, di frasi astruse, senza senso comune, inventate a arte, in modo obbligare i traduttori ad applicare le regole di sintassi del latino: dalla consecuzio temporum in su. Nulla che avesse a che fare con quel latino, da quattro soldi, dei resoconti in terza persona del “ De bello gallico” che quindi era relegato quasi solo nei semplici insegnamenti della scuola media, o peggio, con quel latino maccheronico scritto e parlato a quei tempi dalla Chiesa Cattolica.  Naturalmente era solo uno sbarramento classista, messo ad arte per evitare che troppi studenti avessero accesso all’università. Ma questo, prima del sessantotto, nessuno osava dirlo o pensarlo:  sarebbe stato un peccato di lesa maestà! L’altra bestia nera dei miei coetanei era il cosiddetto tema in classe di italiano: nessun libro, od un vocabolario era ammesso, che i più furbi avrebbero potuto magari portarsi il Melzi. Disponibili solo dei fogli bianchi da riempire, che i poveri studenti guardavano a lungo con occhi disperati nella certezza di non riuscire a riempirli, e che se poi riuscivano a farlo,  erano andati “fuori tema”! I temi non erano mai liberi, gli argomenti erano obbligati ed anche questi  spesso erano, se non proprio astrusi, perlomeno difficili. Ma io ero un vero pennivendolo! Non importava che si trattasse un brano di letteratura da commentare, di un fatto storico da inquadrare,  di una tesi da difendere o da confutare. Leggere il titolo del tema era per me come schiacciare un bottone segreto, la mia mente partiva come una freccia ed iniziavo a tracciare sui fogli quei segni magici che sono le parole,  che messe insieme formano i pensieri e raccontano le emozioni. Così ho trascorso otto lunghi anni a godermi un momento di successo, ogni volta che i temi, corretti a colpi di matita rossa, venivano ridistribuiti in classe perché poi  i genitori li firmassero. Il rituale  era sempre lo stesso. <<Rossi, due!>>  <<Verdi quattro!>> e così via a salire fino alla sufficienza e poi finalmente al mio tema, che spesso era indicato quale esempio di come quel tema avrebbe potuto essere svolto.  Ho fatto una scuola severa, quella che oggi si chiamerebbe, classista, di elite, confessionale , dove  comunque i voti erano stringati, ma nelle medie gli otto ed i nove non  mi mancavano mai  ed al liceo i sette e gli otto fino a toccare un mitico nove, come riconoscimento del quinquennio concluso.  Finalmente  alla maturità, alla conclusione del ciclo di esami, allora si faceva una settimana di prove scritte e due o tre giorni di prove orali, mi ero di nuovo seduto di fronte alla commissione esaminatrice ed il presidente mi aveva dato un simpatico addio. <<Abbiamo esaminato positivamente il suo tema e le facciamo i nostri complimenti. Se avrà occasione di scrivere, lo faccia perché ne ha la stoffa!>>  Mi diedero otto. Io quel pomeriggio, era un ventitre di luglio, tornai a casa camminando sulle nuvole. Però c’era un “ma” perché, nella vita, un “ma” c’è quasi sempre. Oltre che essere uno scrittore in pectore io era anche una  “monaca di Monza”.

Nel giorno fatidico 10-10-10 del quasi addio alle armi con il primo nipote maschio 

 La monaca di Monza  e fatti collaterali.

“Martin Eden”:  quel romanzo di Jack London che forse se non lo leggevo era meglio!

Fino da quando affondano i miei primi ricordi,  io sapevo che un giorno mi sarei laureato in ingegneria ed avrei seguito le orme paterne,  facendomi carico di portare avanti l’azienda che mio padre  aveva faticosamente creato.  Per tutto quello scorcio residuo di mitico estate e durante tutto l’autunno di quel mitico anno della maturità le due future personalità,  l’ingegnere e lo scrittore convivevano felici senza conflittualità. Riuscivo bene anche nelle materie scientifiche e mi iscrissi ad ingegneria al Politecnico di Milano. I primi due anni,  non ostante gli scogli dell’analisi matematica,  scivolarono via bene. A quel tempo studiavo con un compagno di scuola con cui condividevo la passione della letteratura ed a volte,  nelle notti di duro apprendimento dell’analisi infinitesimale, prendevamo una pausa e parlavamo a lungo di Hemingway e della fiesta di Pamplona. La crisi,  inaspettata,  arrivò l’anno successivo.  L’innesco alle polveri, fu dato in verità, da una relazione con una ragazza di cui mi ero incapricciato, ma questo ci porterebbe in un’altra direzione e per ora posso tralasciare di raccontarlo. La crisi era dovuta alla presa di coscienza che i tempi  non erano espandibili  e non erano sovrapponibili:  le due attività insieme  non le avrei potute fare.  Fui costretto a fare ricorso alle mie conoscenze letterarie. Jack London il romanzo  Martin Eden l’aveva scritto nel 1909 ed io l’avevo letto quando avevo diciassette anni. Dato che raccontava di uno scrittore che faceva  la fame non trovando alcun editore disposto a pubblicare i sui scritti,  a quel tempo io  avevo concluso che di mestiere avrei fatto il giornalista, questo sarebbe bastato per ricavare di che vivere ed avrei potuto scrivere in pace. L’impegno come monaca di Monza  interferiva alquanto con questa mia primitiva  idea. Laurearsi in ingegneria al politecnico di Milano non mi  lasciava tempo libero,  ma anche poi fare l’imprenditore avrebbe richiesto un tempo pieno. Potevo però ancora attingere dei suggerimenti da Jack London. Martin Eden non riuscendo a sopportare  il successo, quando gli arride troppo tardi,  decide di gettarsi in mare dalla nave che lo trasporta in America. Ma è stato marinaio e  l’istinto lo porta a nuotare per sopravvivere. Sceglie allora di nuotare verso il profondo in modo da non poter più risalire. Ovviamente  io non mi sentivo certo un perdente, dovevo solo togliere di mezzo l’elemento di disturbo. E così feci: lo cacciai nel profondo del mare. Io mi sarei così appassionatamente immerso nel mestiere di ingegnere progettista e di imprenditore in modo che la pulsione di scrivere non avrebbe mai più potuto riemergere!  Fu una scelta felice: mi laureai a pieni voti ed iniziai immediatamente la lunga,  infinita e totalizzante battaglia per assicurare lo spazio vitale alla Rizzi. Gli impianti che progettavo erano tutti abiti su misura e su questi scaricavo tutta la mia  “libido”. Quando un progetto andava a buon fine, io semplicemente lo chiamavo un “mio figlio”. Mi sono sempre reputato un uomo fortunato,  uno che faceva un lavoro che gli piaceva. Durante la notte, leggevo i libri di Jan Fleming e  di giorno combattevo contro lo strapotere delle multinazionali. Il tempo scorreva, ma anche qui c’era un “ma”!

 

Natale in famiglia

  Bolle che emergono dal fondo.

 I tempi stavano cambiando. Arrivò il sessantotto,  poi l’autunno caldo,  poi gli anni di piombo. Era necessario rivedere i modelli del mondo che ci circonda  e le “certezze” dal passato. Io, che ero ancora abbastanza presuntuoso,  ero certo di essere in grado di capire  i cambiamenti in corso.  Mio padre, una notte fu sbalzato bruscamente di sella da un ictus ed io mi trovai improvvisamente nella necessità di prendere in mano la ribolla del timone, cioè  il  comando della Rizzi. Erano anni difficili, di sindacalismo scatenato, a livello internazionale gli anni della vodka-cola , ma capirlo era difficile ed io persi tempo in battaglie di retroguardia. Quando dal profondo cominciarono ad affiorare le bolle emesse da quanto avevo seppellito anni prima, forse navigando in quel mare in tempesta, aggrappato al timone con gli occhi fissi solo sui marosi, in un primo tempo non me ne accorsi. Non ci volevo quasi credere a quelle bolle che arrivavano in superficie,  ma infine mi dovetti arrendere e  quando feci il mio primo viaggio in sud America,  era il 1977, sapevo che avrei ricominciato a scrivere. In realtà le bolle che emergevano dal fondo avevano sempre continuato ad arrivare  nella mia mente, solo che io le archiviavo nella memoria, in attesa di  qualcosa che non sapevo cosa fosse. Poi finalmente ho preso a scrivere. Sono però  sempre stato fedele  ai voti della monaca di Monza, il timone l’ho sempre tenuto saldo, così come l’incarico di primo progettista della Rizzi. Con la caduta del muro di Berlino la dura sfida della globalizzazione era alle porte. Oggi la Rizzi, ormai rinforzata dalle nuove leve, continua la sua navigazione. Adesso  scrivo  utilizzando  il computer, che elimina  la fatica  di scrivere a mano,   la necessità di una dattilografa che trascriva, la correzione delle bozze, che si può fare a video, ed invece permette  l’ archiviazione immediata. L’uso della penna stilografica però lo rimpiango ancora.  Inutile aggiungere, che, come capitava al povero Martin Eden, tutti gli editori a cui li ho inviati, i miei scritti, li hanno sempre rifiutati. Probabilmente chi dovesse leggere queste pagine mi potrebbe chiedere : <<Ma allora perché lo fai?>>  la risposta è semplice. Scrivere è un po’ come una strana malattia:  le bolle emergono dal fondo dell’anima e poi devono comunque trovare uno sfogo. Se non lo trovano, alla notte non riesci a dormire, stai male, diventi che cambi carattere, magari se sei debole ed ami la caccia grossa, come il nostro amico Hemingway, rischi di brutto!

 

Le bolle arrivano alla mente ed azionano il pulsante magico.  Io traccio dei segni sulla carta ed a volte sono felice,  altri momenti  commosso fino alle lacrime, magari  triste o pieno di speranze.  Quei segni sono parole,  anche dei suoni  se leggi a voce alta,   ma sono emozioni , sono  sentimenti, sono la vita.  Un dipinto racchiude  una sola emozione.  Un romanzo  è una serie di dipinti: ricorda la via crucis, quella  che si può vedere in tutte le Chiese.  I fedeli  di fronte ad ogni  quadro si fermano e pregano,  poi escono  più sollevati.  Forse chi scrive è solo  uno che è stato costretto a rappresentare le sue via crucis.   Che qualcuno le stampi,  magari  non è importante.



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